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"Notizie dell'Abbate Giovanni V fondatore del paese"
 

E qui fra i tanti cenni storici che vado ora
esponendo, su Rocca Canterano, m'incombe il dovere di narrare le principali gesta di questo suo illustre fondatore.
Giovanni, insigne monaco Farfense, prese a reggere nel 1062 il governo della Badia, e ricuperò presto gli usurpati castelli di Marano, Cervara, Camerata e Gerano. Nel 1067 concepì il vasto disegno d'innalzare la rocca abbàziale di Subiaco che in
breve tempo condusse a compimento, e ritenne per sua residenza. Nel 1071 mosse guerra ad Adamo, Vescovo di Ti voli, che tentava usurpare la giurisdizione temporale di Gerano; strìnse il castello con valido assedio, e lo sottomise. Nel 1074, ascoltando la sola voce del dovere, diresse le sue milizie contro Crescenzio, suo germano, che occupato avea Anticoli Corrado, e per abbatterlo innalzò sul colle Surisco un sòlido terrapieno, ove i soldati, da lui stesso diretti, colpivano con dardi e sassi il nemico sottostante. Crescenzio, così, fieramente bloccato, ricorse al Pontefice, il quale comandò che il castello fosse consegnato a Oddone, altro germano di Giovanni. Nel 1075 eresse grandi fabbriche presso il Genobio, ed accingendosi poscia alla costruzione del Monastero ed ingrandimento della Chiesa del S. Speco, per mezzo di valenti artisti romani li innalzò con meravigliosa ricchezza da richiamare per tutta l'Europa infiniti ammiratori. Nel 1079 Ildemondo, germano di Tolomeo, Console Romano, colta l'opportunità che l'Abbate era intento alle grandi costruzioni, occupò con frode il castello di Jenne. Ma Giovanni movendo contro di lui con gran copia di fanti e cavalli, dopo un lungo assedio lo sconfìsse intieramente. Nel 1084, tornato vittorioso, si accinse con gran dispendio alla costruzione della fortezza, ossia della Rocca di Cantorano sul colle Pietra, e così fortificato si protestò a Landone che se non rendesse gli usurpati castelli di Civitella e Cerreto, si sarebbe vendicato colle armi. I1 tiranno si spaventò a queste minacce, e condottosi umiliato al campo, di Giovanni, domandò ed ottenne il perdono dei suoi falli . Nel 1112 raccolto un'esercito di abbaziali corse a ricuperare il castello di Gerano che Bertraimo, figlio di Landone, aveva occupato con frode. Ad avvilire con la fame il presidio venne cinto d'ogni intorno il castello, e furono collocati sopra le eminenze gli arcieri che colpissero chiunque si presentasse. Quando, ogni apprestamento fu compiuto, si avanzò l'Abbate e fatte recare le scale, ordinò l'assalto promettendo che la
preda sarebbe dei soldati, doppia a chi salisse frai primi. Gli abbaziali furono pronti, gli assediati però non si perdettero d'animo, e con dardi, sassi, acqua bollente si difesero eroicamente. L' Abbate esortava con viril voce i suoi a rinnovare gli attacchi, ma
dopo molte ore di combattimento, osservando che grande era il numero dei feriti e degli stanchi, comandò la ritirata. Giunto all'orecchio del Pontefice Pasquale II il disastro toccato a Giovanni, costrinse Bertraimo a rendere al Monastero Gerano e Cerre
to. Nel 1113 rendendosi i Trebani padroni di Jenne che Giovanni ceduto avea al fratello Crescenzio,Vescovo di Alatri, il valoroso Abbate fremè disdegno, e riunite con celerità le sue milizie fieramente li attaccò. Ma i Trebani respinsero con me
raviglioso valore l'attacco, e poiché l'uno e l'altro contendente poco fidavano sull'esito della pugna,
pensarono di esporre le loro ragioni alla Curia Romana che si pronunziò in favore dell'Abbate.
Nel 1116 Pasquale II, sottomessa la città di Tivoli collegata ài ribelli baroni romani, prese la risoluzione di non dar quartiere a Ildemondo che fuggito da Roma erasi prepotentemente rifugiato nei due castelli di Ponza ed Afìle; corso infatti in aiuto dell'Abbate, lo attaccò e completamente sconfisse; commosso quindi dalle preghiere e misere condizioni del vinto, concesse che egli ed i suoi figli godessero precariamente quei due castelli.
Dalle gesta fin qui narrate risulta che l'Abbate
Giovanni quanto valente nelle armi era altrettanto grandioso nei suoi progetti, e mostrava sempre fermezza e coraggio che formano il vero carattere di un principe. Benché circondato da tanto cure, attendeva con fervore alla preghiera come nel cenobio, così nel campo; fu innalzato alla dignità cardinalizia: promulgò a tutti i popoli abbaziali le leggi, municipali, e conoscendo la malvagità dei tempi, fissò severe pene contro i delitti che turbavano l'ordine pubblico. Con tale severità estirpò le frodi, gli omicidi, le grassazioni ed altri somiglianti misfatti, e potè così col suo animo generóso e giusto apportare là felicità alla Badia, che nel 1121 ne pianse amaramente la pèrdita.
Non mancarono altri Abbati che a somiglianzà di Giovanni si elevarono sopra i vizi e gli errori del lorosecolo. Essi adorni di esemplari virtù, ristorarono i costumi dei monaci e dei vassalli, e colla loro rettitùdine nel governare rivendicarono, in parte i beni locati ed alienati a danno del Cenobio. Cito a cagion d'esempio gli Abbati Simone nel 1152, Romano nel' 1191, Guglielmo I nel 1276, Matteo nel 1419 , ed 'altri. Ma le tracce di questi insigni predecessori giovarono ben poco a molti altri Abbati, i quali sia per imperizia, sia per malvagità, sia anche per non curanza degli affari di governo ricaddero miseramente nel làccio di perfidi consiglieri, e tornarono così a distruggere un vasto patrimonio di diritti ed azioni, che per concessioni pontifìcie godevano da gran tempo sopra i castelli circonvicini.